Videogiochi e quarantena: un ottimo aiuto per tirarsi su di morale

videogiochi e quarantena copertina

Cosa succede quando le tue certezze se ne volano via dalla finestra, richiamate da qualcosa che si chiama Pandemia globale? O qualunque nome tu voglia dargli, a quell’avvenimento fuori dal tuo controllo che ti piove addosso senza che tu possa averlo in alcun modo previsto. Un avvenimento che cambia tutto attorno a te, che accartoccia qualunque piano tu abbia fatto per il futuro e ti lascia lì, in un limbo da cui non sai come uscire. Sì, puoi farteli altri piani, ma la settimana successiva ti vengono stravolti di nuovo e allora devi ricominciare da capo.

Cosa fai per emergere dall’incertezza? È come quando sei in autostrada e ti ritrovi in un banco di nebbia. Segui l’unica cosa certa davanti a te: le luci dell’auto che procede di fronte a te.

Quando vediamo crollarci tutto addosso per eventi fuori dal nostro controllo, tendiamo ad aggrapparci a qualunque cosa certa ci appaia davanti agli occhi. È naturale, ciò che conosciamo ci fa sentire al sicuro, è chiamata appunto la “zona di comfort”. Nonostante psicologi e life coach ci dicano di provare a uscire da questa zona di comfort (e credimi, in circostanze normali mi troverei d’accordo con loro), ci sono casi in cui questo è molto difficile, e fare tentativi violenti uno dietro l’altro per costringerci a farlo ci lascia spossati e demoralizzati. Bada, non sono una psicologa né una life coach, ti sto solo portando le mie esperienze personali che spero possano essere utili anche a te.

La pandemia che stiamo attraversando è uno di questi casi. Io ci ho provato, sono partita con tutte le buone intenzioni: corsi, libri, nuove idee di business… Ma ad un certo punto di questa clausura forzata mi sono sentita stanca, demotivata, appunto sotto stress. I problemi di lavoro e personali hanno bussato alla mia finestra e mi hanno urlato contro, e per quanto provassi a chiudere le orecchie, non riuscivo a tappare quel rumore.

Cosa potevo fare? Buttarmi nella depressione, nella disperazione, piangere e non rialzarmi più dal divano? No. Ho preferito attaccarmi a una delle poche certezze che avevo che fossero raggiungibili dagli ottanta metri quadri di casa mia.

Sto parlando dei videogiochi.

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Se sei qui, vuol dire che di videogiochi ne sai qualcosa anche tu. E se non sei sai, ti do comunque il benvenuto e ti invito a leggere fino in fondo questo articolo un po’ sconclusionato. Potrebbe esserti utile.

Sento molti esperti parlare online del rischio da depressione dovuto alla quarantena, e non stento a credere che sia vero. L’altro giorno ho visto un quotidiano parlare dell’aumento dell’abuso di alcolici nell’ultimo mese, cosa che non mi stupisce. Per levarci dalla testa i problemi, cerchiamo ogni soluzione possibile che sia a portata di mano.

È appunto per togliermi questi pensieri dalla mente che mi sono affidata ai videogiochi. Non fraintendermi, non mi sono buttata sul divano h24 per un mese attaccata alla televisione o allo schermo di un computer. Parlo del mio tempo libero, perché fortunatamente il mio lavoro ha continuato ad andare avanti. Parlo di quei tempi serali e del weekend, in cui la testa non si ferma dal passare a un punto all’altro nella lista delle preoccupazioni, e a ogni riga raggiunta aumenta la carica di ansia e paura e senti la pelle d’oca su di te e hai solo voglia di un abbraccio. Mi sento già questa sensazione addosso solo a parlarne.

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Io sono una persona molto paranoica e ci sto lavorando su. Quindi immagina: pandemia globale che non si sa quando finirà, partita Iva con un mutuo sulle spalle, un matrimonio pianificato da anni che al momento in cui ti scrivo è già stato rimandato ma che non si sa se dovrà essere rimandato di nuovo… ci metti le piccole preoccupazioni quotidiane amplificate dalla quarantena e boom, hai fatto la ricetta perfetta per mandare in panico una che con le paranoie ci vive tutti i giorni.

È qui che entrano in gioco i videogiochi (ah ah, il gioco di parole. Basta con la parola gioco!). E non parlo dei giochini con le palline colorate che stanno sul cellulare (ben vengano anche quelli). Parlo di contenitori di storie profonde, fatte di personaggi straordinari, di magie, di mondi da esplorare, quelle che ti prendono e ti portano lontano, in un luogo dove le preoccupazioni vengono messe un attimo da parte. Quelli che sono come un libro, ma hanno bisogno solo di un po’ più di interazione da parte del giocatore e uno schermo su cui essere trasmessi. Non so tu cosa abbia immaginato leggendo questa descrizione, se tu abbia raffigurato un gioco di ruolo, uno sparatutto, un’avventura grafica. Io ho pensato a Divinity Original sin 2, ma solo perché in questo periodo ci sto giocando con il mio ragazzo (sì, quello che tra un mese avrei dovuto chiamare “marito”).

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Lo so, detta così suona un po’ come una deresponsabilizzazione (che brutta parola) verso i problemi. Ma non fraintendermi. So perfettamente che i videogiochi non risolvono i problemi, che loro rimangono lì, ad aspettarti la mattina successiva, ma in una situazione come quella che stiamo vivendo ora, dove la maggior parte dei nostri problemi implica un “aspettare che la pandemia passi”, sì, i videogiochi ci permettono di risolvere il problema. Quanto meno, ci evitano di cadere in depressione.

  • Ci permettono di tenere attiva la creatività, in un mondo che attorno a noi si sta plasmando in qualcosa di diverso e che ci richiederà uno sforzo enorme per stare al suo passo, quando la sua trasformazione sarà completa.
  • Ci permettono di lasciare passare il tempo senza buttarci giù, perché dobbiamo aspettare che il governo e le organizzazioni mondiali decidano cosa sia meglio per la nostra salute.
  • Ci permettono di continuare ad avere relazioni sociali, a condividere la nostra passione nerd online, con gli amici che non vediamo da più di un mese perché è giusto, per la nostra salute e quella di tutte le altre persone, starsene a casa.

A tal proposito, non è vero che noi nerd siamo asociali. Non sono veri quei meme circolati all’inizio della quarantena, che dicevano in soldoni “la mia vita prima della quarantena era uguale a quella in quarantena”. I nerd sono introversi, che è molto diverso. Essere introversi significa che per ricaricare le proprie energie, gli individui devono starsene un po’ per conto proprio. Una persona introversa ha tanti amici, ma non li incontra tutti i giorni e soprattutto non in grandi gruppi. Una persona introversa può stare bene da sola per una settimana, ma dopo un mese di quarantena anche la sua piccola tana nerd comincia a starle stretta. Una persona introversa sente la mancanza degli abbracci altrui proprio come una persona estroversa. E che sia il circolo di amici di Dungeons and Dragons o il collega della scrivania di fronte, anche un nerd ad un certo punto della quarantena sogna di tornare ad avere rapporti umani.

I videogiochi collegano. In un caso come questo in cui non ci si può parlare vis a vis, i videogiochi possono aiutarci a tenere un rapporto che non si perda nella noia delle ultime notizie sui giornali, dei post polemici su Facebook, della routine quotidiana che dopo un mese in casa è diventata tutta uguale. Una partita online con un amico, una sessione di DnD su Skype (che non è un videogioco, ma va bene lo stesso), un messaggio alla chat di gruppo su Telegram che chiede: “Ma voi cosa ne pensate del nuovo gioco della casa XYZ?”. E allora, ci si distrae un po’, che è quello di cui abbiamo bisogno ora un po’ tutti, non trovi?


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